Rudi Unterweger: “Sono entusiasta di quanto stiamo costruendo”

Inizia oggi un ciclo di interviste ai protagonisti del Volley Club Trieste di oggi e di ieri.
Non possiamo che partire da Terzo Unterweger, per tutti “Rudi”: socio fondatore (… e finanziatore), giocatore fino ai primi anni 2000, allenatore di molte squadre maschili e femminili fino a pochi anni fa – in altre parole, anima della società in questi primi 44 anni di vita.



Rudi, da quanto dura il tuo amore per la pallavolo? Com’è nato?

Tutto iniziò ai tempi della scuola media, nel 1960; a 13 anni decisi di iscrivermi alle giovanili del circolo ricreativo aziendale Cantieri Riuniti Dell’Adriatico (CRDA). Il movimento pallavolistico triestino era molto florido, a quei tempi – più che altrove: ricordiamo che furono gli Anglo-Americani a portare la pallavolo moderna a Trieste durante il Governo Militare Alleato (1945-54).

Spiega la pallavolo a un “profano” in 3 concetti.

Primo: la pallavolo è lo sport di squadra per eccellenza, in cui è difficile cavarsela soltanto con i singoli.
Secondo, è uno sport privo di contatto fisico e questo richiede grande autocontrollo, perché manca la possibilità di sfogo data da alcuni scontri, che invece altri sport offrono (pensiamo al calcio, al rugby).
Infine, è uno sport molto tecnico, che senza preparazione, sacrificio, pazienza non è nemmeno divertente. Ci vuole perseveranza da parte di atleti e allenatori.

Quella in corso è la quarantaquattresima stagione del Volley Club Trieste (la cui attività iniziò nel 1976) e sono passati 60 anni da quel 1960 – quali sono i tuoI ricordi più belli?

Se penso ai tempi delle giovanili, penso subito a quel campionato di serie C regionale vinto, che ci portò alla promozione in serie B e a disputare le finali interregionali a Bassano: era il 1964. Ricordo che la squadra vincente dell’Emilia Romagna era la VVF Menegola, che sarebbe diventata la Panini Modena che avremmo poi conosciuto a livello nazionale e che già schierava 5 nazionali. Per me fu un caso fortunato, in quanto non mi aspettavo la convocazione ma un compagno titolare fu bloccato a casa dall’appendicite. Giocare contro quegli squadroni fu indimenticabile.
Venendo al Volley Club Trieste, i ricordi più belli sono legati alle diverse promozioni ottenute (tanto nel settore maschile quanto nel femminile), a una vecchia Coppa Trieste e ad altri campionati comunque molto buoni.

Le massime soddisfazioni?

Se devo citare la più grande soddisfazione, la memoria va a quei primi anni di attività. Eravamo partiti con una colletta disperata (800.000 lire raccolte tra amici e parenti) per poter rilevare in pochi giorni i diritti sportivi del CRDA, che ci aveva comunicato di non poterci tenere. In pochi anni, riuscimmo addirittura ad estendere le attività alla sezione femminile e a lanciare il Centro di Avviamento allo Sport, per i ragazzini.
A titolo personale, ricordo con piacere anche il bel torneo internazionale “WTO World Tourist Olympic Games” di Velden, in Carinzia, dedicato agli operatori del settore Turismo: tanti sport, tra cui la pallavolo. Io ero il capitano della squadra italiana (non ero più un ragazzo: era il 1994). Si giocò a “green volley” all’aperto con la formula “3+3”, uomini e donne assieme – c’erano squadre provenienti da tutta Europa e oltre. Vincemmo contro la ORF austriaca una finale al cardiopalmo.

Quali sono state le tue figure di riferimento in questi anni?

Inizialmente ricordo la guida di Silvano Pippan e di Gianni Carlovatti (compagno di squadra prima e allenatore poi). In seguito di certo penso a Roby Matteucci: il Volley Club lo abbiamo impostato insieme.

L’atleta che più ti ha impressionato?

È difficile citarne uno solo… e in ogni caso non vorrei dimenticarne qualcuno. Se penso ai primi tempi, penso certamente a Cece Rovatti, Renzo Menegazzi, Tullio D’Orlando, Piero Simoniti… in tempi più recenti mi sono piaciuti particolarmente Christian “Polpe” Radin in regia e Roberto “Bembo” Spinelli, atleta e persona eccezionale. Tra i giovani di oggi, vedo grandi potenzialità in Matteo Sartori, ma non soltanto in lui.

In campo e in panchina, ti abbiamo sempre visto grintoso, a tratti vulcanico. Qual è stato il gesto più plateale che ricordi di aver compiuto?

Da allenatore, sicuramente il frequente lancio della cartellina o delle penne, in segno di protesta… e qualche urlo di troppo verso gli arbitri. In un’occasione lasciai la panchina a metà partita.
Diciamo che ritengo di essere sempre stato comprensivo nei confronti di direttori di gara alle prime armi, cercando anzi di aiutarli in casi di difficoltà. Perdevo, invece, le staffe quando avevo la sensazione di “fischi contro” voluti – magari in risposta a un nostro atteggiamento protestatario.

Hai qualche suggerimento per la Federazione?

La Fipav ha un ruolo importante: non deve dimenticare di supportare l’attività faticosa delle Società, offendo comprensione e riconoscenza nei loro confronti. A lungo ha chiesto molto alle Associazioni offrendo poco in cambio. Ben vengano gli investimenti in formazione (per avere arbitri più bravi, ma anche Società più preparate). Le fondamenta del nostro movimento sono la buona volontà di tanti operatori, la struttura tecnica di validi allenatori e la presenza di giocatori in palestra. In passato ho visto una Federazione autoreferenziale, e questo mi amareggiava.

Chi vince il premio “Testa Calda” di questi primi 43 anni di Volley Club?

Non credo di poter citare alcun giocatore in particolare… ogni ciclo ne aveva qualcuno. Ho allenato tante squadre dotate di grande grinta. D’altronde non abbiamo mai avuto fenomeni in campo, pertanto si cercava di sopperire ai limiti tecnici e atletici con la buona volontà, l’aggressività in attacco, a muro e in battuta. Tutto questo inevitabilmente si riverbera nel comportamento in campo dei giocatori. In fondo è l’atteggiamento che ho sempre cercato di trasmettere io stesso ai ragazzi.

Nel 1976, quali prospettive aveva il Volley Club Trieste ai tuoi occhi?

Come dicevo, siamo partiti con l’idea di sopravvivere. In pochi anni ci siamo dati l’obiettivo di crescere e di dare spazio alle atlete e agli atleti meritevoli. Non fu facile: ai tempi c’era grande concorrenza, in particolare a livello giovanile. Rispetto ad oggi vi erano tanti più atleti in città, specie nel settore maschile, e tante buone società.
Ulteriore spinta fu data poi dalla bella cavalcata della nazionale italiana al mondiale di pallavolo del 1978, perso in finale, da cui fu tratto il bel film “Gabbiano d’argento”. Ricordo che ci impegnammo per farlo proiettare nella sala dei Salesiani.

Come vedi il Volley Club oggi? Quali sono le più grandi sfide da affrontare?

Purtroppo lo “vedo” poco con i miei occhi, bloccato da alcune difficoltà di movimento. Sono comunque entusiasta di quanto stiamo costruendo, con squadre in crescita di rendimento – prima fra tutte la formidabile serie C femminile, sapientemente costruita (nella scorsa stagione e in estate) e poi allenata da Andrea Stefini.
È una gioia vedere il Volley Club Trieste nelle mani di alcuni protagonisti sul campo della storia recente della società, cui si sono unite tante persone di valore. Onestamente sono proprio commosso dalla disponibilità e dall’impegno quotidiano di tanti dirigenti e allenatori (giovani e meno giovani) che si fanno in quattro per le nostre squadre.
Mi piacerebbe seguire da più vicino anche l‘Under 16 maschile e conoscere meglio diversi allenatori, con cui ho speso troppo poco tempo. Whatsapp aiuta molto ma non basta.
Sono particolarmente contento della collaborazione avviata con la Lilt per promuovere stili di vita corretti: essere testimonial della Lega per la lotta contro i tumori ci responsabilizza e inorgoglisce.
La sfida più grande da affrontare oggi è il consolidamento: raggiungere la piena autonomia organizzativa, tecnica, finanziaria. In altre parole: ricercare maggiore tranquillità. Tanto è stato fatto. Oggi i soci sono 13 ed è un bel risultato. Sarebbe ideale allargare ancora la compagine, magari con l’apporto di ulteriori soci che potessero supportare l’Associazione con il proprio tempo o un contributo economico, magari trovando così una buona visibilità per la propria attività commerciale o professionale.
Purtroppo la nostra attività richiede ingenti risorse: nel corso degli anni ho contribuito molto, a titolo personale.

Per finire, lancia un messaggio a chi è appena arrivato in società.

Nella nostra società tutti hanno un ruolo importante – anche solo per apportare nuove idee. Ai nuovi e ai vecchi ribadisco l’importanza di sposare i principi della lealtà (sportiva e nei rapporti umani) e della trasparenza reciproca: dire ciò che si pensa, ma sapere anche accogliere il nuovo e le opinioni altrui con apertura; agire senza invidie né rivalità.
Tutti si impegnino (e già lo fanno) per curare i rapporti umani in Società, bandendo l’egoismo.
Nello sport e nella vita, la cosa più gratificante è dare agli altri. Il ritorno che si ottiene, in termini di affetti, amicizie, sincerità è enorme, impagabile.

Grazie Rudi!

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